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IL LUPO

IL LUPO :

Franco Scattoni, detto il Lupo, ha ucciso un carabiniere durante un semplice controllo di routine. Senza un motivo, senza pietà. Inizia così la sua breve latitanza tra Roma e l’Umbria dove vive sua sorella, orfana come lui di un padre malato e suicida. Il suo sogno è quello di raggiungere il Marocco e la giovane compagna incinta di suo figlio. Braccato dalle forze dell’ordine e dalla furia vendicativa del colonnello Franchini, padre del ragazzo ucciso, Scattoni viene riconosciuto e segnalato ai vigili urbani vicino al Circo Massimo. Raggiunto da Franchini i due avranno un drammatico confronto prima che il Lupo tenti la fuga portando con sé un ostaggio.

Per evitare problemi legali e riuscire a distribuire il film il nome di Luciano Liboni non si fa mai ma il protagonista de Il lupo, Franco Scattoni, condivide con l’originale lo stesso background familiare e culturale: un’infanzia difficile trascorsa con una madre fragile e un padre schizofrenico, l’adolescenza in riformatorio e, fuori di lì, i furti, le rapine, le estorsioni e un escalation di episodi criminali che lo condurranno all’omicidio.

L’uomo che nel 2004 uccise a S. Agata Feltria l’appuntato Alessandro Giorgioni e con la sua latitanza gettò nel panico la capitale ha liberamente ispirato il regista Stefano Calvagna. Il film a tesi (viviamo in un pericoloso Stato di polizia che uccide a freddo i delinquenti invece di recuperarli) registra numerose incongruenze rispetto ai fatti di cronaca, ammette licenze intollerabili più che poetiche, disegna Liboni come un eroe contro l’immorale colonnello dei carabinieri pronto a compiere qualsiasi infamia per vendicare il figlio, compresa quella di infilare una pistola nello zaino del fuggitivo per istigarlo ad aprire il fuoco e legittimarne l’esecuzione.
Nessuno impediva all’ultrà Calvagna di costruire un gangster movie nei luoghi neri di Roma o un gangsteristico-civile dalle parti di Rosi o di Damiani, o ancora un Romanzo criminale glamour e mitizzante, con ragazzi criminali a fronte di uno Stato nemico. Nessuno delegittima un cinema spiacevolmente diretto nel rappresentare i poliziotti e gli sfondi suburbani in cui operano banditi che rievocano in flashback la propria infanzia violata. L’operazione diventa invece ambigua nel momento in cui Il lupo, dichiarato dal regista “film-verità”, rivela di essere un prodotto di finzione narrativa. Lo spettatore, che ignora la cronaca dei fatti, difficilmente distinguerà quelli reali da quelli finzionali. L’immaginario di Calvagna è politico, schierato e inneggiante, come le scritte pro-Liboni sui muri di Roma, come i fiori deposti post-mortem sul luogo della cattura. Se il film di Calvagna termina con una poesia dedicata al Lupo, ennesimo tentativo di creare un’impossibile empatia tra l’uomo e lo spettatore, suona civile citare Pasolini: “Perché i poliziotti sono figli di poveri, vengono da periferie, contadine o urbane che siano…”

 

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