ALTA INFEDELTA’

Filippo è un uomo sposato col vizio delle donne e delle menzogne. Legato a Magda senza amore e dentro una villa borghese alle porte di Roma, l’uomo è alle prese con una nuova e biondissima amante, che ignora il suo stato civile e ha appena acquistato la casa di fronte alla sua. Allarmato chiede aiuto a Giorgio, consigliere riluttante e amico arrendevole, che da sempre e suo malgrado gli risolve problemi e lo solleva da situazioni scomode. Questa volta però le cose sembrano mettersi male per Filippo e le sue bugie ben edificate crollano sotto i colpi assestati da una messe sconcertante di personaggi in cerca di un amante, una figlia, una fidanzata, un incendio, una bottiglia di whisky, un pollo arrosto. Tra corse a perdifiato, ingressi (in scena) trafelati, cene bruciate e crisi d’isteria collettiva, Filippo e signora ritroveranno, ciascuno a suo modo, la via della camera da letto.
Tratto dall’omonima pièce teatrale dei fratelli Insegno, Alta infedeltà lascia le tavole del palcoscenico per irrigidirsi nella sua didascalica versione cinematografica. Carlo e Pino debuttano alla regia e dirigono una commedia degli equivoci che frulla melodrammi esistenziali, situazioni surreali, ironie, tradimenti e provocazioni, senza che ciò si traduca in un’identità o un’impressione di coerenza.
Se l’intento della premiata ditta Insegno era quella di evadere dai confini della teatralità, l’intenzione fallisce miseramente. Alta infedeltà denuncia le sue origini e l’evidente impianto teatrale, scegliendo, come palcoscenico dell’irrinunciabile struttura a “numeri” e siparietti, una villa e un divano “by Natuzzi” (product placement e strumento promozionale all’interno del film). Su quello stesso divano, sollevato, traslocato, disposto e nuovamente rimosso, crollano sfiniti i tanti personaggi e collassa la commedia senza possibilità di recupero. Gli autori cercano di tenere tutto e tutti in campo con una regia macchinosa, dimenticando che le arguzie e i paradossi del comico risaltano meglio nella semplicità e nella linearità. Il precario equilibrio della commedia si sfalda definitivamente nel gioco di attori, dove Pino Insegno vede il proprio primato insidiato da altri mattatori poco propensi al ruolo di spalla: Claudio Insegno con il suo amico mite e “azzeccagarbugli” (per la sua capacità di scamparlo dai guai) e Biagio Izzo che entra con abilità avveduta a metà del film per condirlo con sapori partenopei, con l’unica gag a oltranza e con sgrammaticature del parlato che si vorrebbero esilaranti.
Non aiutano a ridurre il disequilibrio delle parti in commedia le protagoniste femminili, che più dei colleghi sembrano ignorare che quello che funziona sul palcoscenico diventa inutile o addirittura dannoso di fronte alla macchina da presa. Lo stile marcato e insistito delle attrici, combinato alle espressioni forzate e a ogni possibile clichè degli attori, rendono il film insostenibile e banalizzano un mezzo d’espressione troppo ricco per lasciarlo ai narratori di storie.

 
 

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